I limiti al mantenimento del figlio maggiorenne

La nostra Costituzione all’articolo 30 prevede che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, ma fino a quando?

Nel nostro ordinamento, a ben vedere, non esiste una disposizione legislativa che fissa in modo specifico l’età anagrafica oltre la quale viene meno l’obbligo di mantenimento.

Il legislatore nel formulare l’articolo 337 septies del codice civile ha lasciato al prudente apprezzamento del giudice la possibilità, valutate le circostanze del caso concreto, di disporre il pagamento di un assegno periodico in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente.

Dalla lettura della disposizione risulta chiaro che si tratta di un obbligo solamente eventuale in capo ai genitori, posto che il figlio con il raggiungimento della maggiore età può pienamente svolgere un lavoro remunerato.

Tuttavia non sempre i giovani raggiungono l’indipendenza economica subito dopo il compimento dei diciotto anni e questo può accadere sia per le poche opportunità date dal mercato del lavoro, sia per la scelta di molti giovani di proseguire il proprio percorso di studi.

Ciò comporta uno spostamento in avanti dell’età dell’indipendenza, ma è evidente che l’obbligo di mantenimento in capo ai genitori non può protrarsi per sempre, poiché contrariamente si instaurerebbe un controproducente regime assistenzialistico e parassitario in danno dei genitori sempre più anziani.

Bisogna precisare fin d’ora che in presenza di buoni rapporti fra genitori e figli maggiorenni, nessun problema si pone circa il sostegno su base volontaria dei primi in favore dei secondi.

La questione del diritto al mantenimento può diventare rilevante, invece, in un contesto di crisi familiare o comunque in presenza di forti contrasti, che possono sfociare in contenziosi.

Anche nel caso in cui venga negato il diritto al mantenimento, qualora sia accertato lo stato di bisogno del figlio (articolo 438 c.c.), può comunque sorgere il diritto agli alimenti in favore di quest’ultimo, la cui misura è però limitata a quanto necessario per vivere.

Nel nostro ordinamento, infatti, esiste un cogente dovere di reciproca assistenza fra i membri di un gruppo familiare, che si attiva quando il beneficiario non è capace di far fronte alle esigenze primarie.

Tornando al tema in esame, si segnala una recente pronuncia della Suprema Corte, che ha fatto luce sui criteri che deve seguire il giudice per accordare il mantenimento ad un figlio ormai maggiorenne (vedi ordinanza della Cassazione n. 17183/20).

Alla base della citata ordinanza vi è la valorizzazione del principio di autoresponsabilità, che può essere inteso come quel dovere che ha ogni individuo di farsi carico della propria vita e delle proprie azioni, senza pesare sugli altri.

Pertanto, il figlio maggiorenne è tenuto a ricercare l’autosufficienza economica, cioè deve autonomamente procurarsi un reddito idoneo a consentirgli un’esistenza dignitosa (vedi art. 36 Cost.).

La Corte di Cassazione, partendo dal principio di autoresponsabilità, ha ribadito che il figlio maggiorenne si presume capace ed autosufficiente, salvo alcune specifiche evenienze che invece comportano il perdurare di un diritto al mantenimento in suo favore.

Possono giustificare il mantenimento, ad esempio, delle specifiche condizioni soggettive, come una peculiare minorazione o debolezza delle capacità personali.

Rimane pacifico, inoltre, il diritto del figlio a proseguire un percorso di studi che rispecchi le sue attitudini ed aspirazioni, il quale deve essere però compatibile con le condizioni economiche della famiglia. In tal caso, il mantenimento è dovuto quando vengono riscontrati diligenza, impegno, passione ed adeguati risultati.

Una volta terminati gli studi, deve essere comunque riconosciuto al figlio il diritto di godere di un lasso di tempo ragionevole per inserirsi nel mondo del lavoro.

Tale limite temporale del diritto al mantenimento deve essere ricercato guardando al caso concreto e si dovrà tenere conto di analisi statistiche, da cui si evinca il tempo medio necessario per inserirsi nella realtà economica di un dato settore e contesto storico.

La Cassazione ha poi affermato che quando è ormai trascorso un tempo considerevole dalla conclusione degli studi, vige il dovere di ricercare qualsiasi lavoro e di attivarsi in qualunque direzione possibile, anche se non confacente alla propria specifica preparazione professionale o alle proprie aspettative.

Inoltre, hanno un notevole rilievo nel far cessare il diritto al mantenimento del maggiorenne alcuni elementi, come l’età avanzata, lo stile di vita inconcludente e sregolato, il rifiuto ingiustificato di proposte di lavoro nonché l’inerzia nel cercare un’occupazione.

In conclusione, la Suprema Corte, facendo leva sul principio di autoresponsabilità, ha escluso che tramite l’articolo 337 septies c.c. si possa giustificare un mantenimento ad infinitum del figlio maggiorenne.

Avv. Fabio Montalto

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