Appropriazione indebita, una guida alla comprensione del reato

Con il presente articolo si intende offrire una panoramica generale sul delitto di appropriazione indebita, con l’aggiunta di qualche pronuncia giurisprudenziale sull’argomento.

Art. 646 Codice penale “Appropriazione indebita”:

“Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da euro 1.000 a euro 3.000.

Se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario, la pena è aumentata”.

–  Bene giuridico tutelato dalla norma

Il delitto di appropriazione indebita rientra nell’ambito dei reati contro il patrimonio, bene giuridico da individuarsi generalmente non solo nella tutela della proprietà ma anche di tutti gli altri diritti reali quali ad esempio usufrutto ed uso, fino a comprendere anche la situazione fattuale del possesso. Lo scopo della norma è quello di sanzionare quelle condotte di appropriazione che cagionano un ingiusto depauperamento della sfera patrimoniale di colui che è titolare del bene.

– struttura del reato

Nello specifico, l’appropriazione indebita è un reato che punisce, con la pena della reclusione da due a cinque anni e con la multa da Euro 1.000,00 ad Euro 3.000,00, chiunque abbia in possesso denaro o un bene mobile appartenente ad altri (a titolo di proprietà o di un altro diritto reale come l’usufrutto), e dia alla cosa una destinazione incompatibile con il titolo e le ragioni che giustificano tale possesso. La disponibilità del bene detenuto non deve essere necessariamente materiale ma può essere anche giuridica, consistente nell’avere il potere di decidere sul bene in autonomia e al di fuori del controllo di colui che ne è il titolare (Cass. 28/06/1980, n. 8196). Il reato si configura anche nel caso in cui il colpevole si rifiuti di restituire la cosa altrui senza dare una giustificata motivazione, invero il soggetto commette una vera e propria “appropriazione” consistente nel comportarsi con quel bene come se ne fosse il legittimo titolare (uti dominus) (Cass. 09/07/1992, n. 1985). In altri termini, il reato ricorre quando un soggetto che possiede la cosa altrui, si rifiuta di restituirla al titolare o la utilizza per scopi diversi da quelli per cui la deteneva, avvenendo in tal caso la cosiddetta “interversione del possesso”.              
Per fare un esempio, la Cassazione ha ritenuto sussistere il reato in esame nel caso in cui colui che aveva ricevuto in leasing un veicolo, giunti al momento della risoluzione del contratto, alla richiesta di restituzione del bene si rifiutava di ottemperare (Cass. 01/04/2011, n. 13347).

Sulla mancata restituzione del bene richiesto, la giurisprudenza ha precisato che l’omessa restituzione non integra il reato di cui all’art. 646 c.p. se non quando si manifesta l’intenzione di tramutare il mero possesso in atteggiamenti di dominio e titolarità sulla cosa, al fine di procurare per sé o altri un ingiusto profitto. In tale contesto, la semplice mancata restituzione del bene al fine di mantenere una garanzia sul credito vantato sul titolare del bene non integra il reato se colui che non compie la restituzione non disconosce la titolarità giuridica del proprietario sul bene (Cass. 27/05/1981, n. 1735).

L’appropriazione indebita si distingue dal furto perché nella prima fattispecie l’autore del reato ha già in possesso il bene altrui, mentre con il furto l’agente si impossessa di un bene altrui, sottraendolo alla vigilanza del titolare. Giova però riportare una pronuncia giurisprudenziale in cui si precisa che la mera detenzione non è parificabile al possesso e dunque si realizza il furto e non l’appropriazione indebita quando ci si impossessa della cosa altrui che si deteneva (si fa riferimento al caso di un magazziniere che si era impossessato della merce contenuta nel magazzino che deteneva per ragioni di lavoro; cfr. Cass.  16/12/1981, n. 11122).

L’appropriazione è molto simile al peculato per ciò che attiene agli elementi strutturali delle due fattispecie, ciò che differenzia i due reati attiene al soggetto che li pone in essere. L’appropriazione indebita è un reato comune perché può essere commessa da chiunque abbia in possesso una cosa altrui, mentre il peculato è un reato proprio, il che significa che può essere commesso solo da determinate categorie di soggetti e precisamente i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio che si appropriano di cose di cui hanno disponibilità in ragione dell’ufficio o del servizio che svolgono.

– l’aggravante di cui al secondo comma

Il comma secondo della norma in esame prevede un’ipotesi aggravante, con conseguente aumento di pena, nel caso in cui il reato sia posto in essere su cose possedute a titolo di deposito necessario. La giurisprudenza ha ritenuto che l’aggravante scatta quando il fatto si compie nell’ambito di un rapporto anche meramente fattuale che ha giustificato per il reo il possesso della cosa, essendo così agevolato nel compiere l’illecito per essersi approfittato della fiducia riposta dalla vittima (Cass. 12/10/1999, n. 11655).

– elemento soggettivo

Il delitto in esame è caratterizzato dal dolo consistente nella consapevolezza e volontà di appropriarsi di cosa mobile o denaro altrui, posseduta a qualunque titolo, sapendo di non averne il diritto e con lo specifico scopo di conseguire un vantaggio patrimoniale non dovuto. La giurisprudenza ha statuito che l’elemento soggettivo è caratterizzato dalla volontà di compiere l’interversione del possesso in dominio sulla cosa altrui (ex multis, Cass. 27/05/1981, n. 1735).

– procedibilità

Per il reato in esame si procede nel caso in cui sia stata sporta querela da parte della persona offesa, la quale si pone come condizione di procedibilità del reato.   Sul tema, il d.lgs. n. 36 del 2018 ha abrogato il terzo comma della norma che prevedeva la procedibilità d’ufficio in caso di ricorso della circostanza di cui al comma 2 o in caso di talune delle circostanze di cui all’art. 61, n. 11 c.p. (ossia fatto commesso con abuso di autorità, di relazioni domestiche o con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione o di ospitalità). È possibile sporgere querela entro tre mesi decorrenti dal giorno in cui si è avuta la conoscenza che l’autore del reato ha manifestato la volontà di non restituire la cosa e di esercitare su di essa il proprio dominio.

– Prescrizione

Il reato si prescrive al trascorrere dei sei anni dalla commissione del fatto, tenuto conto della norma contenuta nell’art. 157 c.p.

Avv. Andrea Accardi

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