L’azione revocatoria a tutela del creditore

Il presente lavoro intende offrire al lettore una panoramica sull’istituto dell’azione revocatoria a tutela del credito. La premessa fondamentale del tema in esame risiede nella norma di cui all’art. 2740 Codice civile, in cui si stabilisce che “il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri”. Tuttavia, nell’ambito dei rapporti di credito può accadere che il debitore compia, in accordo con soggetti compiacenti, atti di disposizione del proprio patrimonio (es. vendite o donazioni), impedendo così al creditore di potersi soddisfare sui suoi beni; pertanto, onde evitare che il creditore non sia messo nelle condizioni di poter soddisfare il proprio credito a causa di tali atti, il legislatore ha predisposto lo strumento dell’azione revocatoria.

Che cos’è l’azione revocatoria?

L’azione revocatoria, prevista agli artt. 2901 e seguenti del Codice civile e all’art. 66 Legge Fallimentare, è un rimedio che garantisce al creditore una tutela nei casi in cui il debitore abbia alienato a terzi un proprio bene, diminuendo così le possibilità del primo di poter soddisfare il proprio credito sul patrimonio dell’altro così depauperato. Premettiamo che non è possibile impedire al debitore di compiere atti di disposizione del proprio patrimonio, come vendere un veicolo o acquistare un immobile, poiché ciò significherebbe limitare la libera autodeterminazione dell’individuo. Tuttavia è possibile, tramite l’azione revocatoria, togliere efficacia a quell’atto di disposizione nei confronti del solo creditore procedente, consentendo così a questi di poter promuovere successivamente nei confronti dei terzi acquirenti o donatari azioni conservative o esecutive (ad es. sequestri conservativi e pignoramenti) sui beni oggetto di disposizione patrimoniale, usciti dal patrimonio del debitore. L’azione revocatoria non toglie efficacia alla vendita o alla donazione del bene da parte del debitore, infatti il bene ormai non è più nella sua titolarità, tuttavia tale atto non impedirà al creditore di aggredire il bene per poter soddisfare il proprio credito. Con la sentenza costitutiva che accoglie l’azione revocatoria il giudice statuisce che l’atto di disposizione patrimoniale non ha effetto nei confronti del creditore (si parla di inefficacia relativa dell’atto) ed infatti costui potrà aggredire i beni passati nella sfera patrimoniale del terzo soggetto.

Per quali crediti è possibile proporre azione revocatoria?

Sono piuttosto ampie le ipotesi che consentono ai creditori di poter ricorrere all’azione revocatoria, di fatti è possibile agire per crediti soggetti a un termine o a condizione sospensiva e non occorre che esso sia contemporaneamente certo, liquido ed esigibile (Cass. n. 762/2016).
È possibile ricorrere all’azione revocatoria anche nel caso in cui vi sia un processo in corso in cui si deve accertare l’esistenza o meno del diritto di credito vantato dal creditore a seguito di contestazione da parte del debitore (Cass. n. 1658/2016). Una premessa fondamentale in tale circostanza è la probabilità alta che il credito oggetto di accertamento esista davvero, tenuto conto delle circostanze concrete del caso.

Quali sono i presupposti per poter ricorrere all’azione revocatoria?

Dalla lettura della normativa di riferimento si può evincere che per esercitare l’azione revocatoria è necessario che ricorrano i seguenti presupposti:

– il debitore ha posto in essere un atto di disposizione che ne ha depauperato il patrimonio. È il caso di una vendita di bene mobile o immobile, una donazione, la cessione di un proprio credito, l’accensione di un mutuo, il porre un proprio bene in pegno o ipoteca in favore di terzi. In buona sostanza, il trasferimento di un proprio diritto disponibile in capo ad altri soggetti o l’assunzione di nuovi obblighi verso terzi sono condizioni idonee per legittimare il creditore ad agire in revocatoria. Occorre però precisare che non potrà essere soggetto a revocatoria l’atto di disposizione patrimoniale posto dal debitore per adempiere ad un debito scaduto (Cass. n. 21081/2016; n. 9816/2018).

– la sussistenza di un danno al creditore come conseguenza dell’atto di disposizione patrimoniale ad opera del debitore, in quanto il creditore rischia di non veder soddisfatto coattivamente il proprio credito per via della depauperazione del patrimonio del debitore. In buona sostanza, il creditore dovrà dimostrare al giudice a cui avanza l’azione revocatoria che a causa della donazione o vendita disposta dal debitore non ci sono sufficienti beni da pignorare per soddisfare le proprie pretese creditorie. A ciò si aggiunga anche la possibilità che il denaro ricavato dalla vendita possa essere celato al creditore per opera del debitore.

– la consapevolezza nel debitore che l’atto di disposizione posto in essere ha cagionato un pregiudizio nei confronti del creditore (cosiddetta scientia fraudis del debitore). Si è osservato che non occorre dimostrare che il debitore abbia alienato i propri beni al solo ed unico scopo di danneggiare il creditore (animus nocendi), lasciandolo privo di un patrimonio da aggredire; basterà semplicemente dimostrare la consapevolezza nel debitore di tale pregiudizio nei confronti del proprio creditore.

La scientia fraudis si ritiene presunta nel debitore che ha alienato un proprio bene a titolo gratuito (ad es. per donazione). In tal caso sarà protetto il creditore danneggiato, il cui interesse prevarrà sull’avente diritto della donazione che dunque subirà l’azione revocatoria sul bene ricevuto in donazione.

In caso di alienazione a titolo oneroso di un bene al terzo da parte del debitore (vendita), occorrerà dimostrare che anche l’acquirente sia consapevole che tale atto di disposizione compiuto dal venditore sia dannoso nei confronti del suo creditore (cosiddetta participatio fraudis). Anche in tal caso non sarà necessario dimostrare l’intento doloso del terzo di aiutare il debitore/venditore a danneggiare il suo creditore, basterà la sussistenza di tale consapevolezza (Cass. n. 1658/2016).

È possibile ricorrere all’azione revocatoria per atti di disposizione compiuti dal debitore anteriormente alla nascita del credito?

Ebbene, la giurisprudenza ha risposto positivamente a tale quesito, statuendo che il creditore può agire in revocatoria anche nei confronti di beni che sono stati alienati dal debitore in data anteriore alla nascita del credito. Se i beni sono stati donati sarà sufficiente dimostrare la scientia fraudis del debitore/donante, mentre ove i beni siano stati venduti, il creditore dovrà dimostrare la sussistenza di una dolosa preordinazione frutto di accordo tra il debitore futuro ed il terzo acquirente (consilium fraudis) volta a pregiudicare il futuro creditore (Cass. n. 20251/2016).

Per tutte le situazioni sopra elencate, precisiamo che la scientia fraudis e la participatio fraudis del debitore e del suo avente causa possono essere provate anche tramite presunzioni alla luce delle circostanze concrete del caso (Cass. n. 18315/2015).

Cosa succede se il debitore ha venduto a un soggetto che, a sua volta, ha alienato il bene a un terzo?

La questione prospettata attiene alla posizione del subacquirente, ossia un terzo soggetto che ha acquistato la titolarità sul bene che gli è stato venduto da colui che aveva comprato dal debitore. In questo caso, se il bene è stato donato da Tizio (debitore) a Caio (acquirente) e quest’ultimo lo ha a sua volta donato al terzo Mevio, allora il creditore sarà comunque tutelato e potrà aggredire il bene entrato nella sfera giuridica di Mevio poiché il legislatore preferisce tutelare il creditore leso rispetto a colui che ha beneficiato di un atto di liberalità senza nulla in cambio. Se invece Tizio (debitore) ha venduto il bene a Caio (acquirente) e costui ha poi venduto lo stesso a Mevio (subacquirente), il creditore potrà agire con l’azione revocatoria per il recupero del bene nel caso in cui si dimostri che Mevio era a conoscenza dell’intento fraudolento posto in essere dai suoi precedenti danti causa (Tizio e Caio) (Cass. n. 18034/2013). Nel caso in cui invece il terzo Mevio (subacquirente) era in buona fede e dunque non era a conoscenza dell’accordo intercorso tra i suoi danti causa per frodare il creditore, allora quest’ultimo non potrà aggredire il bene entrato nel patrimonio del soggetto in buona fede. In tal caso, il creditore potrà aggredire il ricavato dalla vendita maturato da Caio.

Entro quanto tempo è possibile esercitare l’azione revocatoria?

L’interesse del creditore a salvaguardare le proprie pretese creditorie sui beni alienati dal suo debitore contrasta con l’interesse economico-sociale generale di favorire la circolazione della ricchezza e di garantire la certezza nei rapporti giuridici. Pertanto, l’azione revocatoria potrà essere esperita entro il termine di prescrizione di cinque anni, decorrenti dalla data dell’atto di disposizione patrimoniale compiuto dal debitore ai sensi dell’art. 2903 c.c.  Nel caso in cui l’alienazione posta in essere dal debitore riguarda beni la cui cessione deve essere pubblicizzata in pubblici registri, come i beni immobili, allora in tal caso i cinque anni cominceranno a decorrere dal giorno in cui l’atto di trasferimento del bene sarà annotato nei pubblici registri (vedi anche Cass. n. 5889/2016).

Nell’ambito dei fallimenti, l’art. 69 bis Legge Fallimentare ha stabilito le relative azioni revocatorie possono essere promosse dal curatore fallimentare entro tre anni dalla dichiarazione di fallimento o comunque entro cinque anni dal compimento dell’atto.

In conclusione, alla luce delle considerazioni su esposte, si può evincere che la finalità dell’azione revocatoria è quella di offrire una tutela in favore del creditore di fronte ad azioni poste in essere dal debitore che si pongono in contrasto con i doveri generali di solidarietà economica di cui all’art. 2 Costituzione, i quali impongono a tutti i soggetti di avere rispetto per gli interessi di cui si fanno portatori gli altri individui in un rapporto giuridico come un’obbligazione.  

Avv. Andrea Accardi

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