Violenza Domestica ed Assistita, di cosa si tratta e come tutelarsi

In questo articolo vorrei portare alla vostra attenzione un tema abbastanza attuale nonché frequente. Molto spesso vengono presentate denunce da parte di soggetti che subiscono violenze nell’ambito familiare in modo non occasionale e quasi quotidiano.

In Italia statisticamente circa 2 milioni 435 mila persone (dai 16 ai 70 anni) hanno subito diversi tipi di violenza domestica, tra le quali abbiamo: vittime di violenza fisica e psicologica, circa 1 milione 517 mila (il 7%); vittime di violenza sessuale, circa 1 milione 369 mila (il 6,4%), ed in particolare circa 136 mila stupri (0,6%) e circa 163 mila tentati stupri (0,8%).

Ma, più precisamente, quale definizione giuridica possiamo dare a tale fenomeno?

Nel codice penale, in realtà, non è previsto un reato intitolato “violenza domestica”, ma sono presenti due distinte fattispecie criminose che possono essere ricomprese in tale concetto, e sono:

Il delitto di lesioni personali di cui all’art. 582 e ss. c.p. :Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente , è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”.

Si tratta di un reato a forma libera, che quindi può essere commesso con qualsiasi tipologia di condotta, anche omissiva se sussiste in capo all’agente un obbligo giuridico di impedire l’evento.

La “malattia” per la giurisprudenza recente viene identificata come una perturbazione funzionale o processo patologico, acuto o cronico, localizzato o diffuso, che implichi una sensibile menomazione funzionale dell’organismo.

In tal senso, le lesioni avvenute tra le mura domestiche, sono incluse nell’articolo 582 c.p..

Il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi di cui all’art. 572 c.p.: “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da tre a sette anni.”

Le relative aggravanti sono “l’aumento della pena fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità come definita ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero se il fatto è commesso con armi.

La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di minore degli anni quattordici.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti di cui al presente articolo si considera persona offesa dal reato”.

Il concetto di “persona della famiglia”, a differenza del passato, propende per un’interpretazione estensiva in cui rientrano anche i soggetti legati da qualsiasi rapporto di parentela, nonché i domestici, a patto che vi sia convivenza. Quindi la fattispecie in esame è ammissibile anche nei confronti del convivente more uxorio.

Il delitto di maltrattamenti è un reato abituale proprio, caratterizzato da condotte che assumono carattere illecito in ragione del loro protrarsi.

Le condotte possono essere sia commissive che omissive (quando sussistano in capo al soggetto agente dei doveri di protezione, come accade ad esempio per i genitori nei confronti di un minore), mentre l’elemento soggettivo richiesto è il dolo generico, che consiste nella coscienza e volontà di infliggere una serie di sofferenze alla vittima.

Il delitto in esame assorbe i reati di ingiuria, percosse e minacce, così come assorbe le lesioni personali lievi o lievissime, quando colpose. Se le lesioni sono invece volontarie, i due reati concorrono. Parimenti non sono assorbite le lesioni gravi o gravissime, e nemmeno la morte (se volontarie).

Se, per contro, le lesioni gravi o gravissime o la morte sono conseguenza non voluta dal soggetto agente, si applicano le aggravanti di cui al secondo comma.

Il legislatore ha inoltre previsto l’aggravante di cui all’art. 61 n. 11 quinquies c.p., secondo cui la pena può essere aumentata sino ad un terzo se il fatto è commesso in presenza o in danno di un minore di anni 18.

Tale previsione è finalizzata a reprimere il fenomeno della c.d. “violenza assistita dai minori”, i quali sono spesso gli sfortunati spettatori delle aggressioni commesse da un genitore a danno dell’altro.

Come riconoscere i comportamenti tipici dell’abusante?

Da alcune ricerche fatte da importanti psicologi, la violenza domestica non è sempre legata a patologie o al consumo cronico di sostanze alcoliche e di stupefacenti. In base alle indagini effettuate, solo il 10% degli abusanti era affetto da disturbi patologici e abusava normalmente di sostanze tossiche.

Chi commette ripetutamente azioni violente fra le mura domestiche di solito ha l’obiettivo di porre la sua vittima in uno stato di “sottomissione”, perché esercitare azioni di comando e di controllo su un membro della famiglia lo fa sentire appagato, autorevole e sicuro di sé.

L’abusante ha come unico scopo quello di controllare pienamente il vissuto del partner per rafforzare il suo personale sentimento di potere e per raggiungere questo obiettivo è pronto ad eliminare tutto ciò che potrà intralciarlo.

Solitamente gli abusanti sono soggetti estremamente insicuri nella vita sociale, con poche possibilità di sfogo e privi di relazioni sociali appaganti. Ad essi risulta semplice colpire gli appartenenti al nucleo familiare, soprattutto se tali membri hanno bisogno di loro per il sostentamento.

In base alle storie raccontate dalle vittime di violenza domestica, si apprende che queste, nel tempo, imparano a “sopportare” eventi orribili, sviluppando problemi psichici che portano ad una drastica riduzione della loro autostima ed una chiusura.

Per uscire da questo tunnel, la vittima deve rendersi conto che quello che sta accadendo fra le mura domestiche è un reato. Per arrivare a questa consapevolezza deve osservare e analizzare quello che le accade attorno, imparare ad essere obiettivi nei confronti del proprio aguzzino.

A questo punto, è importante rompere l’isolamento e trovare il coraggio di parlare con qualcuno di ciò che avviene.

Come può tutelarsi la vittima?

La vittima può tutelarsi rivolgendosi alle Forze dell’Ordine, presentando una denuncia dove è importante, se ci sono, individuare testimoni e presentare dei referti medici che dimostrino le violenze subite.

L’ordinamento Italiano (in base a quanto previsto dal Testo Unico in materia di Spese di Giustizia) ha fatto in modo che le vittime di questo tipo di reato siano sempre assistite per mezzo del patrocinio a spese dello stato, indipendentemente dal suo reddito, e ciò è molto importante per poter stimolare le persone a denunciare, perché spesso si ha il timore di non potersi permettere un’adeguata difesa.

Inoltre, nei casi di particolare gravità, o di violenze perpetrate sui minori, il reato è in ogni caso perseguibile d’ufficio (si pensi alle percosse riscontrate da un medico su un minore).

Se la vittima non ha il coraggio di denunciare in modo diretto rivolgendosi alle autorità, allora sono previsti dei Centri Antiviolenza con numero rosa attivo 24h su 24 i quali possono dare un primo supporto morale ed in seguito fisico durante gli incontri, volto a portare la vittima in uno stato di consapevolezza tale da farsi avanti e non subire più gli abusi.

Il numero rosa valido in Italia è il 1522, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità.

Dott.ssa Alessandra Alestra

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