Accesso abusivo ad un social network

Chiunque acceda abusivamente ad un profilo social oppure ad una casella di posta elettronica altrui, per il solo fatto di essersi introdotto nell’account, rischia una condanna fino a tre anni di reclusione, per il reato stabilito dall’articolo 615 ter del codice penale.

La norma tutela i sistemi informatici protetti da password, che sono considerati come un’espansione ideale del domicilio personale, area garantita come inviolabile dall’articolo 14 della Costituzione.

Il legislatore, con il delitto previsto dall’articolo 615 ter c.p., ha voluto proteggere lo spazio virtuale di ogni individuo, un bene giuridico immateriale di pertinenza del suo titolare, sul quale quest’ultimo esercita un controllo ed un godimento esclusivo.

Alcune recenti sentenze della Suprema Corte di Cassazione ci aiutano a tracciare i confini delle condotte punibili ai sensi del reato in esame.

In primo luogo, il delitto si configura certamente quando un soggetto carpisce la password altrui con un espediente e successivamente accede all’account dell’ignaro titolare. L’abuso è evidente in questo caso, infatti, la violazione di una password e la mancanza del consenso del proprietario all’introduzione, rendono oggettivamente illecito l’accesso a questo spazio riservatissimo (vedi fra le tante Cass. 13057/16 in tema di posta elettronica).

Ma cosa succede nel momento in cui è il titolare del profilo a fornire le chiavi di accesso?

L’articolo 615 ter c.p. punisce non solo chi si introduce in un sistema protetto da misure di sicurezza, ma anche chi vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo.

La Cassazione ha poi chiarito che qualora l’agente conosca le chiavi di accesso del profilo social, quand’anche fosse stato il titolare a renderle note, non è da escludere il carattere abusivo degli accessi, se questi risultano certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed eccessivi rispetto all’ambito autorizzatorio (in tal senso Cass. 2905/19 e Cass. S.U. 41210/17). In poche parole, non è necessario che la chiave di accesso venga scoperta aggirando la protezione del sistema con un espediente, rilevando invece la contrarietà della condotta alla volontà del titolare dell’account.

In una recente pronuncia del 2019, un marito in procinto di separazione è stato condannato per aver effettuato l’accesso al profilo facebook della moglie dopo la crisi di coppia, utilizzando le credenziali a lui note precedentemente.

Nel caso di specie, il marito aveva spiato le conversazioni della moglie con altri uomini e fotografato le stesse, mostrandole poi alla donna e producendole nel giudizio di separazione.

Tale comportamento è stato ritenuto illecito, poiché è evidente che l’autorizzazione, concessa in passato dalla moglie, fosse stata implicitamente revocata dopo la fine della relazione ed in ogni caso il marito non era autorizzato ad accedere alle conversazioni riservate.

Pertanto, quest’ultimo avrebbe agito consapevole di aver forzato uno spazio riservato, in evidente contrasto con la volontà della moglie, sicché l’accesso è stato ritenuto abusivo.

La giurisprudenza, inoltre, ha precisato che accedere abusivamente ad un sistema informatico per carpire dati utili alla propria difesa in giudizio è illecito, non potendosi invocare in tal caso la scriminante prevista dall’articolo 51 del codice penale (Cass. 52075/14).

Pertanto, è punibile ai sensi dell’articolo 615 ter c.p., la condotta di chi al fine di procurarsi le prove di un tradimento coniugale, da utilizzare in proprio favore in un procedimento di separazione o divorzio, si introduce senza consenso in un sistema informatico protetto di pertinenza altrui.

Sul tema si segnala poi la sentenza della Cassazione n. 52572 del 2017, con la quale è stato stabilito che un soggetto a conoscenza delle credenziali di accesso, che utilizza un sistema informatico con il consenso del titolare, deve comportarsi nei limiti delle prescrizioni che gli sono state date.

Ad esempio, ricevere la password di un social per una determinata finalità, ma utilizzare l’accesso per visionare di nascosto le conversazioni intercorse con altri utenti, potrebbe ritenersi una condotta illecita, qualora non tollerata dal proprietario dell’account e non conforme alle sue prescrizioni.

Come già detto, la semplice introduzione abusiva in un account social è di per sé un reato, ma si possono anche realizzare ulteriori e successive condotte che configurano ulteriori reati.

Secondo la giurisprudenza recente, colui che accede illecitamente ad una casella di posta elettronica oppure ad un account social, commette anche il reato di violazione di corrispondenza (art. 616 c.p.) nel caso in cui acquisisca il contenuto delle stesse (vedi Cass. 18284/2019).

Inoltre, integra il reato di danneggiamento di dati informatici (635 bis c.p.) la condotta di chi modifica le credenziali di accesso del sistema informatico altrui, rendendolo inaccessibile al suo titolare. Tale condotta impedisce il funzionamento del sistema causando l’estromissione dall’account e può concorrere con gli articoli 615 ter e 616 del codice penale (in tal senso sempre Cass. 18284/2019).

I reati esaminati sono procedibili a querela della persona offesa, salvo alcuni casi nei quali ricorrono delle aggravanti. Dunque, se siete stati vittima di tali illeciti, dovrete presentare la querela entro tre mesi da quando avete avuto notizia del fatto, affinché si possa procedere nei confronti del colpevole.

Se non siete a conoscenza dell’identità del responsabile, potrete comunque presentare la querela, saranno gli inquirenti in fase di indagine a cercare di risalire all’autore del reato.

Avv. Fabio Montalto

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