È lecito bruciare l’erba secca e le sterpaglie in un terreno?

Chi abita o lavora in campagna spesso si trova nella situazione di dover smaltire l’erba secca e gli scarti vegetali che si ammassano nel proprio fondo e sorge spontanea la domanda se bruciare tali sterpaglie sia lecito o meno. L’alternativa, in ogni caso, sarebbe quella di smaltire tali scarti vegetali tramite il sistema di raccolta differenziata dei rifiuti nei giorni dell’organico, nel caso in cui siano modeste quantità. Se si tratta di quantitativi maggiori, allora occorrerà contattare il servizio comunale relativo allo smaltimento di sfalci e potature.

Per fare chiarezza, esamineremo le conseguenze civili e penali legate alla pratica di bruciare sul fondo erba secca e sterpaglie.

– Dal punto di vista civile

Nell’ ambito dei rapporti di vicinato vige la regola generale di non dare fastidio agli altri in modo da garantire una pacifica convivenza per tutti. Dalla lettura dell’art. 844 Codice civile si comprende che il proprietario di un fondo limitrofo può citare davanti al giudice civile il vicino che abbia dato fuoco a materiali, le cui esalazioni di fumo, la cenere ed il calore si siano immesse nel proprio fondo per via del vento. La persona che abbia subito tali immissioni nel proprio fondo in maniera superiore alla normale tollerabilità, la quale verrà individuata caso per caso a seconda della zona interessata e dell’entità dell’immissione molesta, potrà chiedere al giudice di essere risarcita per i danni patrimoniali e non patrimoniali che avrà subito da tale pratica, anche se la stessa sia avvenuta in poche occasioni o una sola volta. Chiaramente dovrà trattarsi di danni di una certa entità e dimostrabili, come l’annerimento del prospetto, problemi di respirazione, bruciatura di parti della proprietà etc.

Sempre nel rispetto del principio di pacifica convivenza, sono sanzionabili all’ art. 833 Codice civile i cosiddetti “atti emulativi”, i quali si individuano in qualunque azione che un soggetto pone in essere al solo scopo di nuocere il proprio vicino. È il caso in cui il proprietario di un fondo bruci materiale per immettere nel fondo del vicino esalazioni maleodoranti, calore e cenere, al solo scopo di dargli fastidio. Anche in tal caso, sarà possibile citare in giudizio il danneggiante, dovendo però dimostrare che le intenzioni di quest’ultimo erano unicamente rivolte a recargli pregiudizio.

– Dal punto di vista penale

Nel penale vi sono diverse normative che trattano la materia con notevoli restrizioni; vediamo, pertanto, a che condizioni è possibile bruciare le sterpaglie in un fondo.

L’art. 256 bis del D.lgs. n. 152 del 2006 (Testo Unico Ambientale) intitolato “combustione illecita di rifiuti”, prevede la pena della reclusione da 2 a 5 anni per chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata in aree non autorizzate. La pena oscilla tra i 3 e i 6 anni nel caso in cui i rifiuti sono pericolosi (ad es. vernici, amianto e medicinali). Il responsabile dell’illecito deve anche ripristinare lo stato dei luoghi ove ha appiccato il fuoco e risarcire il danno ambientale e pagare le spese di bonifica. Tuttavia, la stessa normativa consente, a determinate condizioni, di poter dare fuoco a paglia e sterpaglie; infatti l’art. 182, comma 6 bis del D.lgs. n. 152 del 2006 intitolato “Smaltimento di rifiuti” stabilisce che è lecito raggruppare e dare fuoco a piccoli cumuli di materiali vegetali in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro, se ciò è effettuato nel luogo di produzione degli stessi scarti vegetali. La ragione della disposizione è legata al fatto che tali attività costituiscono normali pratiche agricole per il reimpiego di sostanze concimanti o ammendanti e non attività di gestione dei rifiuti. Pertanto, se l’abbruciamento avviene nello stesso luogo ove si producono gli scarti vegetali, al fine non di smaltirli ma di rimpiegarli nell’attività agricola come concime e se ciò riguarda piccoli cumuli misurabili in steri (cioè un metro cubo di legname), allora l’attività sarà ritenuta lecita.
Attenzione però, perché la norma prevede anche che  i comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili. Dalla lettura della normativa si evince che le restrizioni in tema di appiccamento di fuochi per bruciare materiale vegetale sono molte e bisogna sempre accertarsi cosa dispongono le amministrazioni comunali competenti per la propria zona.

La materia è trattata anche dal Codice penale, il quale all’art. 423 intitolato “Incendio” prevede la pena della reclusione da tre a sette anni per chiunque cagiona un incendio. Il reato in esame si configura anche nel caso in cui ad essere incendiata sia la cosa propria, se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica.
In altre parole, il reato punisce coloro che causano ovunque incendi i quali possono generare un pericolo per l’incolumità delle persone, tenuto conto della vastità e delle proporzioni del fenomeno incendiario. Bisogna ricordare che la responsabilità penale per tale reato si configura non solo quando un soggetto ha appiccato materialmente l’incendio ma anche quando questi non ha fatto nulla per evitare il suo appiccamento, laddove aveva l’obbligo di prevenirlo (ad esempio perché ha collocato in un terreno materiale facilmente incendiabile e lo stesso non è conservato in modo adeguato). Sulla natura dell’incendio, la giurisprudenza ha statuito che non ogni fuoco appiccato può integrare il reato in esame ma solo quelli in cui le fiamme divampano irrefrenabilmente ed in vaste proporzioni, con potenza distruttrice (Cass. pen. sez. IV, n. 43126 del 29/10/2008). Questo ci porta a ritenere che i piccoli fuochi appiccati per bruciare le sterpaglie e tenuti sotto controllo costantemente non potranno far configurare il reato di incendio, però bisogna sempre rispettare le prescrizioni della normativa che abbiamo prima esaminato per evitare di incorrere in altre sanzioni.

Poiché l’art. 423 c.p. prevede che il reato si configuri anche in caso di incendio di cosa propria (ossia di proprietà), è necessario precisare che si potrà rischiare di realizzare il delitto nel caso in cui dall’abbruciamento delle sterpaglie del proprio fondo si scateni un incendio di vaste proporzioni. Sarà sempre importante, pertanto, accertarsi che l’area dove si genera il fuoco sia libera da materiali che possano facilitare la propagazione delle fiamme, che le condizioni climatiche siano ideali e che i quantitativi da bruciare siano sempre nei limiti di legge.

 Infine, nel caso in cui si dimostri che l’incendio divampato sia scaturito da una condotta colposa, cioè imprudente, negligente, contraria a normative e regolamenti e comunque non originariamente diretta a far insorgere l’incendio da parte del responsabile, a configurarsi non sarà l’art. 423 c.p. ma l’art. 449 c.p. intitolato “Delitti colposi di danno”. Tale reato punisce con la pena della reclusione da uno a cinque anni chiunque scateni l’incendio per un proprio agire colposo (non intenzionale ma imprudente e negligente) e non doloso (intenzionale), previsto invece all’art. 423 c.p.

Avv. Andrea Accardi

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