Il reato di resistenza al pubblico ufficiale ai tempi del Coronavirus

Poniamo il caso che durante l’emergenza da Coronavirus, nonostante le restrizioni imposte dal Governo, Tizio circoli in macchina senza una giustificazione e ad un certo punto venga fermato ad un posto di blocco in cui sono presenti tre Agenti di Polizia. Se Tizio, rivolgendo minacce o atti di violenza ai danni dei tre agenti, impedisca a costoro di svolgere il proprio incarico sarà incriminato una sola volta per il reato di resistenza di pubblico ufficiale o per tante volte per quanti sono gli agenti? La questione è di particolare interesse, atteso che le conseguenze sanzionatorie saranno naturalmente diverse a seconda del numero dei reati contestati.
Prima di scendere nel merito della questione occorre esaminare la natura del reato di cui all’art. 337 Codice Penale (d’ora in poi c.p.).

Art. 337 c.p., “Resistenza a un pubblico ufficiale”:

“Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”

Analisi del delitto

– Bene giuridico tutelato dalla norma

Il reato di resistenza a un pubblico ufficiale, contemplato all’art. 337 c.p., è inserito nel novero dei delitti dei privati contro la pubblica amministrazione. L’interesse costituzionale tutelato dalla norma, cosiddetto bene giuridico, è quello della sicurezza e della libertà morale del pubblico ufficiale (es. Agente di Polizia o Carabiniere) e dell’incaricato di un pubblico servizio (es. impiegato comunale) contro qualunque atto di opposizione violenta allo svolgimento del loro incarico. La giurisprudenza lo ha definito come un reato plurioffensivo, cioè offensivo verso più beni giuridici, poiché posto anche a tutela del buon andamento e del prestigio della Pubblica Amministrazione.

La struttura del reato: elemento oggettivo

Il reato in esame sanziona con la pena della reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque (reato comune) pone in essere atti di minaccia o di violenza nel momento in cui un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio sta svolgendo atti del proprio ufficio o nel caso in cui tali atti siano svolti da un civile chiamato ad assisterlo. La giurisprudenza ha escluso pertanto la punibilità per tale reato nel caso in cui la reazione minacciosa avverso il pubblico ufficiale avvenga dopo che questi ha svolto l’atto del proprio ufficio e senza, dunque, la finalità di opporvisi, venendo a mancare in tal caso la contemporaneità temporale (si veda Cass. pen. sez. VI, 02/03/2011, n. 8340). 
La minaccia è definita da dottrina e giurisprudenza come qualunque forma di prospettazione di un male ingiusto e futuro che dipenderà dalla volontà di chi la proferisce, lasciando chi la subisce in balia del pericolo di una sua verificazione. Chiaramente l’idoneità della minaccia a comprimere la libertà morale di chi la riceve dipende dalle circostanze del fatto, dall’aspetto apparente di chi la rende e dalla personalità di chi ne è destinatario. Chiaramente, la minaccia avanzata da un noto pregiudicato avrà maggiore impatto rispetto a quella proferita da un anziano incensurato con difficoltà motorie.
La violenza si individua sia nell’esercizio di quella fisica applicata direttamente con il corpo o con strumenti e oggetti, sia in qualunque atto idoneo ad esercitare pressione sulla volontà altrui, impedendone la libera autodeterminazione. Gli atti di violenza possono essere posti in essere anche avverso soggetti diversi dal pubblico ufficiale e in tale novero vi rientrano anche atti di autolesionismo (si veda Cass. pen. sez. VI del 18/11/2009, n. 10878).                                                                                                  

La resistenza passiva o mera disobbedienza ad ottemperare alle disposizioni del pubblico ufficiale integra il reato?

La giurisprudenza ha risposto al quesito statuendo che non costituisce reato la mera resistenza passiva che si sostanzia nel rifiuto di eseguire gli ordini impartiti dal pubblico ufficiale. In tal caso, infatti, si è osservato che il pubblico ufficiale sarà comunque nelle condizioni di espletare gli atti del suo ufficio, benché con qualche rallentamento o difficoltà in più. In buona sostanza, solo atti di impedimento concreti accompagnati da violenza e/o minaccia integreranno il reato ( Cass. pen. 20/04/1965 n. 801: Cass. pen. sez. VI, 4/03/2012, n. 10136).
In sintesi, i concetti di violenza o minaccia rilevano quindi nella loro idoneità e univocità a impedire o a turbare la libertà d’azione del soggetto passivo, mentre resta esclusa dall’area del penalmente illecito la resistenza meramente passiva, come la semplice disobbedienza.

– Elemento soggettivo

Il reato in esame si configura quando nel soggetto attivo del reato, ossia colui che lo commette, vi sia coscienza e volontà di usare la violenza e/o la minaccia (dolo generico) per opporsi ed impedire al pubblico agente di svolgere gli atti del proprio ufficio (dolo specifico). Pertanto la pubblica accusa dovrà provare al giudice che l’imputato abbia agito col proposito di impedire lo svolgimento delle funzioni del soggetto passivo del reato (sul dolo specifico, si veda Cass. pen. 23/10/2003, n. 7176).

Quando si configura il reato di minaccia di cui all’art. 612 c.p. e non la resistenza a un pubblico ufficiale?

Il reato di resistenza a un pubblico ufficiale si differenzia dal reato di minaccia semplice perché il primo racchiude un elemento specializzante ulteriore (cosiddetto quid pluris) rispetto all’altro, consistente nell’intenzione manifesta di impedire al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio di espletare le proprie mansioni. Pertanto, la giurisprudenza ha osservato che non è integrato il reato di cui all’art. 337 c.p. quando le espressioni di minaccia rivolte al pubblico agente non rivelano alcuna volontà di opporsi allo svolgimento del suo incarico ma rappresentano solo una forma di contestazione della pregressa attività svolta (Cass. pen. sez. VI, 28/05/2009, n. 22453).

Quando il reato di resistenza al pubblico ufficiale concorre insieme a quello di lesioni personali?

Il reato di resistenza a un pubblico ufficiale assorbe soltanto quel minimo di violenza che si concreta nelle percosse e non anche negli atti violenti che, invece, oltrepassano i limiti della fattispecie di cui all’art. 337 c.p. e finiscono per cagionare al soggetto passivo delle lesioni personali. Pertanto, se la violenza usata trasmoda in una patologia medicalmente accertabile ai danni del pubblico agente, allora il reato di lesioni personali di cui all’art. 582 c.p. concorrerà con quello di cui all’art. 337 c.p. (si veda Cass. pen. 14/01/1997, n. 498).

Se un soggetto viene fermato ad un posto di blocco legato all’emergenza Coronavirus e si oppone contemporaneamente, con violenza e/o minaccia, a più pubblici ufficiali che svolgono il proprio lavoro, il reato di resistenza a un pubblico ufficiale si configura un’unica volta o si configura tante volte per quanti sono i soggetti passivi del reato? 

La questione è stata attenzionata dalle Sezioni Unite della Cassazione, sebbene in data anteriore all’emergenza Coronavirus ma tale pronuncia è comunque valevole sempre. In particolare le Sezioni Unite si sono espresse per risolvere l’annoso dibattito giurisprudenziale, che vedeva fronteggiarsi due orientamenti opposti.

– Orientamento dell’unicità del reato

Questo filone giurisprudenziale origina dalla concezione dottrinale secondo cui l’art. 337 c.p. è un reato posto esclusivamente a tutela del buon andamento della pubblica amministrazione, la quale ha interesse che i propri agenti non vengano ostacolati nello svolgimento delle loro funzioni. La tutela della libertà di azione del pubblico agente è, dunque, tutelata solo nella prospettiva di garantire il buon funzionamento dell’amministrazione pubblica, mentre la tutela dell’integrità fisica del pubblico agente non trova spazio in tale norma, bensì nei reati di percosse o lesioni personali che potrebbero eventualmente concorrere. Tale visione è corroborata dall’idea che il reato si integra anche se la violenza non viene perpetrata direttamente verso un pubblico ufficiale (si pensi al caso di autolesionismo). In virtù di tali considerazioni sull’interesse protetto dalla norma in questione, parte della giurisprudenza ha statuito che si avrà un unico reato di resistenza a un pubblico ufficiale quando, nel medesimo contesto di azione, un individuo si opponga con violenza o minaccia a più pubblici ufficiali contemporaneamente (si veda Cass. pen. sez. VI, 15/09/2014, n. 37727; Cass. pen. sez. VI, 14/12/2016, n. 4123).

– Orientamento della pluralità di reati di cui all’337 c.p., nella forma del concorso formale omogeneo di reati

piccola premessa: cos’è il concorso formale omogeneo di reati? ai sensi dell’art. 81 c.p. si individua il concorso formale omogeneo di reati quando un soggetto, con una sola azione od omissione, commette più violazioni della medesima disposizione di legge. In altri termini, ciò avviene quando in un medesimo contesto temporale un soggetto, con un unico gesto, cagiona più reati della stessa natura; è il caso del guidatore ubriaco che, perdendo il controllo del veicolo, travolge più persone ferendole. In tal caso, con la sola azione di aver guidato in stato di ebbrezza sono state cagionate molteplici identiche fattispecie di reato, quali le lesioni stradali.
Da un punto di vista sanzionatorio, il soggetto è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave (che in caso di concorso omogeneo e non eterogeneo sarà logicamente la stessa perché non ci sono reati diversi ravvisabili), aumentata fino al triplo.
Il comma secondo dell’art. 81 c.p. prevede anche la figura del reato continuato per cui si applica lo stesso trattamento sanzionatorio su esposto nel caso in cui il soggetto ponga in essere più fattispecie di reato in contesti temporali diversi, anche distanziati nel tempo, laddove gli stessi siano stati posti in essere nel medesimo disegno criminoso.

– Fatta questa doverosa premessa, vediamo che secondo il seguente filone giurisprudenziale: “la resistenza o la minaccia a un pubblico ufficiale adoperate nel medesimo contesto fattuale per opporsi a più pubblici ufficiali non configura un unico reato di resistenza ai sensi dell’art. 337 c.p. ma un concorso formale omogeneo di reati e dunque tanti distinti reati quanti sono i pubblici ufficiali operanti, giacché la resistenza, pur ledendo unitariamente il pubblico interesse alla tutela del normale funzionamento della pubblica amministrazione, si risolve in distinte offese al libero espletamento dell’attività funzionale di ciascun pubblico ufficiale (Cass. pen. 18/07/2017, n. 35227; nello stesso senso si veda Cass. pen. sez. VI, 24/10/2011, n. 38182; Cass. pen. sez. VI, 05/07/2012, n. 26173).
Nella più recente pronuncia n. 35227 del 25/05/2017, la Cassazione penale ha aggiunto che i giudici non devono svalutare la tutela della libertà di azione del singolo pubblico ufficiale, precisando che la Pubblica Amministrazione è un’entità astratta che agisce tramite persone, le quali, pur operando come suoi organi, conservano una distinta identità suscettibile di offesa. Tale pronuncia valorizza, pertanto, la natura plurioffensiva del reato in esame.

– La pronuncia delle Sezioni Unite a favore dell’orientamento sulla pluralità di reati di cui all’art. 337 c.p. nella forma del concorso formale omogeneo di reati

Con la sentenza n. 40981 del 24/09/2018 le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno risolto il contrasto, propendendo per il secondo orientamento che prevede il configurarsi di una pluralità di reati di resistenza al pubblico ufficiale nel caso in cui minacce o atti violenti siano perpetrati contestualmente a più pubblici agenti, al fine di impedirne l’espletamento delle funzioni. Nella pronuncia si è osservato che in tal caso ricorre la formula del concorso formale omogeneo di reati, per cui la pena sarà commutata secondo lo schema contemplato all’art. 81 c.p., descritto in precedenza. Nella sentenza, le Sezioni Unite hanno riguardato il significato da attribuirsi al concetto di regolare funzionamento della Pubblica Amministrazione, dandone un’interpretazione ampia per ricomprendervi la tutela della sicurezza e della libertà di determinazione e di azione degli organi pubblici, mediante la protezione delle persone fisiche che, singolarmente o in collegio, ne esercitano le funzioni o ne adempiono i servizi.

In conclusione

Pertanto, nel caso in cui Tizio si opponga con violenza o minaccia ad un controllo anche legato all’emergenza Coronavirus, posto in essere da due o tre Agenti di Polizia, impedendone lo svolgimento, costui potrà essere imputato per concorso formale omogeneo tra più reati di resistenza a un pubblico ufficiale. La conseguenza sanzionatoria sarà applicata secondo lo schema di cui all’art. 81 c.p., in forza del quale si applicherà la pena per la violazione più grave, aumentata fino al triplo. Inoltre, se  Tizio avrà cagionato anche delle lesioni personali ai danni di uno degli agenti, allora risponderà anche di tale reato in concorso formale eterogeneo con quelli di cui all’art. 337 c.p.

Avv. Andrea Accardi

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