L’istituto giuridico della rappresentazione nelle successioni a causa di morte ed alcuni casi esemplificativi

Premesse.

Quando un soggetto muore, definito il cosiddetto (d’ora in poi c.d.) de cuius, sorge l’esigenza di garantire che il suo patrimonio non rimanga privo di un titolare. A tal fine il Codice civile prevede l’istituto della successione a causa di morte che prevede la trasmissibilità del patrimonio di un individuo ai suoi successori, che possono essere individuati direttamente dallo stesso de cuius per testamento o, in mancanza di esso, dalla legge (si pensi al coniuge, ai figli, agli ascendenti, ai collaterali, agli altri parenti e allo Stato ex art. 565 c.c.).

In ogni caso, anche se il de cuius abbia espresso la propria volontà  sul destino dei suoi beni tramite testamento, quest’ultimo atto non potrà comunque escludere dal diritto alla successione i c.d. legittimari individuati dall’art. 536 c.c. nel coniuge, nella persona unita civilmente, nei figli (sia nati all’interno che fuori dal matrimonio e gli adottivi), nonché negli ascendenti. Le ragioni di tale tutela sono legate al fatto che questi soggetti, per via dello stretto legame di parentela e affetto che li lega al defunto, sono persone che presumibilmente sono state particolarmente vicine al de cuius nel corso della sua vita e hanno contribuito allo sviluppo della sua personalità ed in quanto tali hanno diritto a una quota di eredità.

La rappresentazione.

Nel contesto delle successioni troviamo l’istituto giuridico della rappresentazione, trattato agli artt. 467, 468 e 469 c.c. 
Attraverso la rappresentazione i discendenti di un soggetto, c.d. rappresentanti, prendono il posto del loro ascendente, c.d. rappresentato, nel diritto di quest’ultimo di accettare un’eredità testamentaria o ex lege nel caso in cui il medesimo non sia nella possibilità di poter accettare la sua eredità o il legato in quanto premorto, oppure non voglia accettarla perché vi ha rinunciato.  
L’art. 468 c.c. elenca tassativamente le categorie di soggetti per cui opera la rappresentazione, ove è necessario che il rappresentato che non può o non vuole accettare l’eredità per cui è chiamato, sia un discendente (figlio) o collaterale (fratello o sorella) rispetto al defunto. Tra questi soggetti sono ricompresi tutti i figli, inclusi quelli nati fuori dal matrimonio e gli adottivi, nonché tutti i fratelli e sorelle, anche quelli nati fuori dal matrimonio. I rappresentanti subentrano al potere di accettazione del rappresentato anche se nei confronti di costui abbiano rinunciato alla loro parte di eredità da egli derivante o siano stati indegni.

Casi di esclusione della rappresentazione.

– La rappresentazione è esclusa se il chiamato sia rispetto al de cuius un suo parente non individuabile nel figlio o nel fratello. La rappresentazione non opera pertanto nel caso in cui il rappresentato sia un nipote ex filio del defunto (si veda Cass. 28/10/2000, n. 22840).    

– La rappresentazione non opera nel caso in cui intervenga l’istituto della sostituzione, che ricorre quando il testatore prevede espressamente chi debba sostituire il suo erede nel caso in cui questi non possa o non voglia accettare. È il caso in cui il testatore Tizio prevede che se il suo erede Caio non può accettare l’eredita (magari per premorienza) o non la vuole, allora blocca il potenziale subentro del figlio o fratello di Caio, indicando per sostituzione un terzo soggetto

– La rappresentazione non trova applicazione nel caso in cui il bene oggetto di trasmissione sia un legato di usufrutto o di ulteriore diritto reale, attesa la natura personale della individuazione dei soggetti destinatari di tali lasciti per volontà del de cuius.

– Non possono ricevere per rappresentazione i discendenti che non sono ancora stati concepiti al tempo dell’apertura della successione (si veda Cass. 22/03/2012, n. 4621).

La divisione per stirpi nella rappresentazione.

L’art. 469 c.c. stabilisce che in caso di rappresentazione, la divisione dell’eredità avviene per stirpi e cioè tutti i discendenti subentrano al loro capostipite a prescindere dal loro numero e ciò vale anche se un singolo stipite abbia a sua volta più discendenti. Un esempio potrà chiarire l’apparente complessità della norma: se Tizio ha due figli Caio e Mevia e questi due siano premorti, questi ultimi non possono così accettare l’eredità del loro padre. In tal caso, anche se Caio aveva a sua volta due figli e Mevia uno solo, l’eredità si dividerà non in tre parti ma in due parti, una andrà ai due figli di Caio che dovranno spartirsela tra loro, mentre la seconda andrà al figlio di Mevia.

Si applica la rappresentazione per i collaterali (fratelli) del coniuge premorto rispetto all’eredità del coniuge defunto successivamente?

La giurisprudenza ha osservato che le norme sulla rappresentazione forniscono un’elencazione tassativa dei soggetti a cui si applica l’istituto, in quanto la legge mira ad assicurare che i figli non vadano incontro al rischio di subire la dispersione del patrimonio appartenente allo stipite, allorché il suo discendente immediato non possa o voglia succedergli. In virtù delle ragioni su esposte e degli evidenti limiti soggettivi individuati negli artt. 467 e 468 c.c., possiamo affermare che non opera la rappresentazione quando la persona cui ci si vuole sostituire non è un discendente, fratello o sorella del defunto ma il coniuge di questi (Cass. 30/05/1990, n. 5077; Cass, 05/04/2012, n. 5508).    Poniamo il caso in cui Tizio, dopo un primo matrimonio dal quale ha avuto due figli, convoli a seconde nozze con Caia, con la quale però non ha avuto figli. Se Caia muore prima di Tizio, essendo premorta costei non ha potuto accettare l’eredità del marito morto successivamente. I fratelli di Caia, cognati di Tizio, non potranno subentrare a costei per avanzare diritti di successione nei confronti dell’eredità di Tizio, in quanto i limiti soggettivi dell’istituto escludono i collaterali di un coniuge dalla rappresentazione. Ne deriva che alla eredità di Tizio avranno accesso solo i figli nati dal primo matrimonio di costui.

Avv. Andrea Accardi

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