Le misure introdotte dal Governo per fronteggiare l’emergenza del Coronavirus e le conseguenze penali in caso di inosservanza di tali prescrizioni

A causa della preoccupante diffusione del virus SARS-CoV-2, il Governo ha deciso di adottare una serie di misure necessarie per contenere e gestire l’emergenza epidemiologica da COVID19.

Fonti normative

Bisogna, in primo luogo, individuare i vari provvedimenti che costituiscono le fonti normative delle restrizioni che stanno interessando il nostro paese.

Le restrizioni attualmente in vigore trovano la loro fonte primaria nel Decreto Legge n. 6 del 23 Febbraio 2020, che ha previsto un’elencazione di misure di contenimento del fenomeno e le procedure per la loro adozione.

Ogni misura necessaria, ai sensi dell’articolo 3 del Decreto Legge di cui sopra, è stata emanata successivamente con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm).
Tale atto costituisce una fonte normativa secondaria, più nello specifico si tratta di un particolare Decreto Ministeriale emanato direttamente dal Capo del Governo su proposta del Ministro della Salute e sentiti i Ministri dell’Interno, Difesa, Economia, nonché i Presidenti delle Regioni interessate dal fenomeno oppure il Presidente della Conferenza dei presidenti delle regioni nel caso in cui interessi l’intero territorio nazionale.
Va ricordato che i regolamenti in esame seguono le regole previste dall’articolo 17 comma 3 della Legge 400 del 1988.
Pertanto, con lo strumento del Dpcm è il Capo dell’esecutivo ad adottare, in questo momento di emergenza sanitaria, le misure più adeguate all’evolversi della situazione.

Chiarito preliminarmente questo aspetto, ricordiamo quelle che sono attualmente le regole che ogni persona deve seguire, alla luce dei Dpcm 8 – 9 – 11 Marzo 2020.

Quali sono le restrizioni in vigore?

Dal 9 Marzo in tutto il territorio Italiano bisogna evitare ogni spostamento delle persone fisiche, salvo:

  • comprovate esigenze lavorative;
  • situazioni di necessità;
  • motivi di salute;
  • per rientrare presso il proprio domicilio, residenza o abitazione.

E’ vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o privati ed è facile intuire che la ratio del divieto è quella di limitare al minimo i contatti fra le persone, al fine di contenere la diffusione del coronavirus.

Pertanto, anche se si deve evitare il più possibile di uscire, generalmente si può andare a fare la spesa o una visita medica, andare in farmacia o in parafarmacia, portare il proprio cane all’aperto, comprare il giornale, andare in banca, anche fare attività motoria in prossimità della propria abitazione nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona.

Tuttavia per quanto riguarda la Regione Sicilia, a seguito di un’Ordinanza del Presidente, dal 19 Marzo sono previste ulteriori restrizioni. Da questa data sul territorio regionale è vietata la pratica di ogni attività motoria e sportiva all’aperto, mentre le uscite per gli acquisti essenziali sono limitate ad una sola volta al giorno e ad un solo componente del nucleo familiare.
Gli spostamenti con l’animale da affezione, per le sue esigenze fisiologiche, sono consentiti solamente in prossimità della propria abitazione.

A tal proposito, è compito delle Forze di Polizia assicurare il rispetto delle misure in vigore e qualora si venga sottoposti ad un controllo da parte degli agenti di polizia, si dovrà rilasciare una autodichiarazione scritta (resa su moduli prestampati da loro forniti), nella quale verranno indicati i motivi per i quali è avvenuto lo spostamento.

Il divieto di uscire è più stringente per chi accusa sintomi riconducibili al virus, come febbre e difficoltà respiratorie, infatti, in questo caso si deve contattare il proprio medico curante ed è fortemente raccomandato restare a casa.
Vige invece un divieto assoluto di mobilità per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena o risultati positivi al virus.

Non è vietato recarsi a lavoro, sia per i dipendenti pubblici che per quelli privati, ma si invitano i datori di lavoro a promuovere al massimo le modalità di lavoro agile, come disciplinato dagli articoli 18 e 23 della Legge n. 81 del 22 Maggio 2017, anche in assenza degli accordi di esecuzione tra le parti. Per quanto riguarda le pubbliche amministrazioni deve essere assicurato il lavoro agile, fatte salve le attività strettamente funzionali alla gestione dell’emergenza e quelle indefettibili rese in presenza.

Le restrizioni fin qui esposte avranno efficacia fino al 3 Aprile 2020.

A seguito del Dpcm dell’11 Marzo 2020, sono poi sospese le attività di parrucchiere, barbiere, estetista, le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione di quelle di prima necessità, così come individuate nell’allegato 1, che potete consultare cliccando qui.
Restano aperte edicole, tabaccai, farmacie, parafarmacie, attività di vendita di generi alimentari, banche, assicurazioni, sono consentite le attività del settore agricolo e zootecnico, nonché è consentita la ristorazione a domicilio mentre devono rimanere chiusi bar, ristoranti, gelaterie e pasticcerie.

Tali misure, invece, cesseranno di essere efficaci dopo il 25 Marzo 2020, salvo ulteriori provvedimenti.

Quali sono le conseguenze in caso di violazione delle prescrizioni legate all’emergenza coronavirus?

Esaminate le disposizioni contenute nei provvedimenti emanati dal Governo per fronteggiare l’emergenza del Coronavirus, vediamo quali sono le conseguenze sanzionatorie applicabili in caso di violazione delle stesse.

In primo luogo si osserva che l’art. 4, comma 2 del DPCM dell’8 Marzo 2020 stabilisce testualmente che “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il mancato rispetto degli obblighi di cui al presente decreto è punito ai sensi dell’articolo 650 del codice penale, come previsto dall’art. 3, comma 4, del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6”

L’art. 650 del codice penale prevede che “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro”.

L’art. 650 c.p. contempla una contravvenzione, caratterizzata da una sanzione pecuniaria e dall’arresto, posta e tutela della polizia di sicurezza legata al mantenimento dell’ordine pubblico, da intendersi come osservanza dei principi di convivenza pacifica e di rispetto del buon andamento del vivere civile.  Il contenuto di tale articolo è definito norma penale in bianco perché il comportamento illecito vietato è indeterminato, in quanto si fa riferimento alla violazione di un provvedimento emesso dalle autorità statali.                                                                     
Sul tema, la giurisprudenza ha statuito che “per provvedimento legalmente dato dall’autorità deve intendersi l’estrinsecazione di una potestà amministrativa atta ad incidere direttamente su situazioni soggettive con forza innovativa” (Cass. Pen. Sez. I, 29/02/1996, n. 2195).  Nell’ambito che ci riguarda, il provvedimento di autorità che in caso di violazione è assoggettabile alle sanzioni di cui all’art. 650 c.p. è individuabile nell’insieme delle prescrizioni contenute nei DPCM dell’8, 9 ed 11 Marzo 2020.      
Il reato si consuma nel momento in cui il destinatario della prescrizione normativa violi l’obbligo di fare o non fare imposto dal provvedimento; ciò che rileva è che la violazione sia commessa nel corso della vigenza della normativa, in quanto si sanziona il non essersi conformati a un ordine emesso dall’autorità, come potrebbe accadere per il soggetto che viene colto a circolare per strada in assenza di una comprovata giustificazione legata a lavoro o necessità (come andar in farmacia o a fare la spesa).     
La contravvenzione punisce il soggetto a titolo di dolo e di colpa, purché vi sia in costui la piena conoscenza legale del provvedimento (Cass. Pen. N. 46637/2009). È infatti importante che il contravventore sia consapevole delle esigenze di sicurezza pubblica, ordine pubblico ed igiene che sorreggono la vigenza e il rispetto del provvedimento violato (Cass. Pen. N. 7749/1994).                                                                                          
Vista l’estesa portata del fenomeno infettivo legato al Coronavirus e la vasta eco data ai provvedimenti emessi dal Governo italiano nei giorni scorsi ad opera dei mass media, si presume che qualunque persona presente nel territorio nazionale abbia conoscenza legale delle prescrizioni imposte per contenere il contagio.

Ma quanto è afflittiva la sanzione prevista dall’art. 650 c.p.?

La sanzione contemplata dall’articolo in esame prevede l’arresto fino a sei mesi e la sanzione pecuniaria fino a 206,00 euro.
Effettivamente, la sanzione prevista è piuttosto blanda e trattandosi di una contravvenzione, il contravventore potrà ricorrere alla facoltà prevista dall’art. 162 c.p., cioè potrà ricorrere alla oblazione, pagando una somma pari alla terza parte del massimo della pena, oltre le spese del procedimento. L’oblazione potrà essere esperita dal contravventore prima dell’apertura del dibattimento penale o prima dell’emissione del decreto penale di condanna, per dimostrare la sua intenzione di chiudere celermente la procedura, estinguendo così il reato.

Quali sono le più gravi sanzioni a cui si può andare incontro in caso di violazione delle prescrizioni?

L’art. 650 c.p. interviene con le proprie sanzioni “salvo che il fatto non costituisce un più grave reato” e a questo punto è necessario individuare quali sono gli altri reati che si possono configurare in caso di comportamenti che denotano un atteggiamento criminoso di maggiore portata.

Falsa attestazione a un pubblico ufficiale.

Poniamo il caso che Tizio non rispetti le regole relative alla circolazione stradale muniti di autocertificazione attestante il bisogno di circolare per: comprovate esigenze lavorative, situazione di necessità, motivi di salute, rientro presso il proprio domicilio, abitazione, residenza. Nel caso in cui costui attesti falsamente agli agenti accertatori di dover circolare per motivi che non sono reali e comunque non provati o non rientranti tra quelli su esposti, potrà andare incontro alle sanzioni previste dal reato di cui all’art. 495 c.p. Tale fattispecie sanziona con la reclusione da uno a sei anni chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità o altre qualità della propria o dell’altrui persona.

Resistenza a un pubblico ufficiale.

L’art. 337 c.p. “Resistenza a un pubblico ufficiale” sanziona con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o a un incaricato di pubblico servizio, mentre compie un atto del proprio ufficio.

In buona sostanza, tale norma prevede una sanzione più aspra rispetto all’’art. 650 c.p., perché si punisce chi compia condotte idonee ad impedire in concreto l’esercizio del pubblico ufficio, frustrando la continuità delle attività della pubblica amministrazione. Si pensi a un soggetto che viene fermato dai Carabinieri per verificare se la sua circolazione stradale è giustificata e si rifiuta di dare motivazioni sui suoi spostamenti in auto e riparte col veicolo rischiando di travolgerli, impedendo di eseguire i controlli.

Epidemia.

L’art. 452 c.p. rubricato “Delitti colposi contro la salute pubblica”, sanziona a titolo di colpa chiunque pone in essere per negligenza e imprudenza il reato di epidemia regolato all’art. 438 c.p. nella ordinaria forma dolosa, in quanto la maggior parte dei delitti sono puniti a titolo di dolo e solo in alcuni casi espressamente previsti si può essere incriminati a titolo di colpa.       
Il bene giuridico tutelato dal reato di epidemia è la salute pubblica della collettività, alla luce del fatto che i fenomeni epidemici si caratterizzano per la loro vasta diffusione a un numero indefinito di individui. L’epidemia è l’evento previsto dal reato, la quale può essere cagionata in qualunque modo, tramite la diffusione di agenti patogeni (da intendersi quali virus o bacilli idonei a generare patologie virulente).

La giurisprudenza ha statuito che affinché il reato di epidemia possa ritenersi configurato occorre che la condotta di diffusione di germi patogeni cagioni un evento definito come la manifestazione collettiva di una malattia infettiva umana che si diffonde rapidamente in uno stesso contesto di tempo in un dato territorio, colpendo un numero rilevante di persone (Trib. di Trento, 16/07/2004).

– Nella forma dolosa dell’art. 438 c.p., il reato presuppone che il reo abbia consapevolezza della propria capacità di diffondere microrganismi idonei a generare epidemie e voglia cagionare tale evento. La condotta è punibile anche in caso di dolo eventuale, cioè quando il soggetto attivo del reato preveda la possibilità concreta che dalla propria condotta possa derivare un’epidemia e accettando tale reale rischio agisca comunque a qualunque costo.

– Nella forma colposa dell’art. 452 c.p., l’epidemia è integrata quando la diffusione del virus avvenga a seguito di un agire negligente, imprudente e imperito o contrario a disposizioni normative, sanzionando il soggetto che avrebbe dovuto prevedere che con il proprio agire avrebbe rischiato di contagiare terzi soggetti pur non volendo cagionare ciò.

Ma si rischia di essere imputati per il grave reato di epidemia nel caso in cui si violano le prescrizioni legate al Coronavirus?

Ebbene, astrattamente la risposta potrebbe essere positiva se si pensa al caso di un soggetto che violando le imposizioni di quarantena dopo essere risultato positivo al tampone poi si reca in luoghi affollati e starnutisce e tossisce senza mascherina, diffondendo così il virus a un numero indefinito di individui.                                           
A seconda della ricostruzione fattuale delle circostanze, il soggetto potrebbe essere perseguito per il reato di epidemia a titolo colposo (art. 452 c.p.) o doloso (art. 438 c.p.).

Tuttavia esaminiamo qualche esempio alla luce della giurisprudenza sul reato in esame.

Poniamo il caso che Tizio, avvertendo i sintomi del Covid-19, violi le prescrizioni normative sul Coronavirus e si rechi al pronto soccorso, finendo così per infettare medici, pazienti e accompagnatori presenti nella struttura. Secondo una sentenza della giurisprudenza di merito, “gli elementi costitutivi del reato di epidemia sono: la diffusione, la diffusibilità, l’incontrollabilità del diffondersi del male in un dato territorio e su un numero indeterminato o indeterminabile di persone. Il reato, perciò, deve escludersi se l’insorgere e lo sviluppo della malattia si esauriscono nell’ambito di un ente ospedaliero” (Trib. Bolzano, 20/06/1978). Secondo questa pronuncia alquanto risalente nel tempo, Tizio non sarà punibile perché una struttura chiusa come quella ospedaliera non presenta caratteri tali da favorire una diffusione su larga scala di agenti patogeni.

Poniamo adesso il caso che Tizio, consapevole della sua probabile positività al virus, si rechi in un luogo affollato e diffonda il virus con starnuti e tosse. Sebbene astrattamente il reato di epidemia da Coronavirus potrebbe configurarsi, data la pericolosità e l’alta capacità di contagio della malattia, è doveroso riportare una sentenza di merito in cui si è statuito che: “non incorre nel reato di epidemia colposa chiunque, in qualsiasi modo, provochi un’epidemia, come ad esempio chi, sapendosi affetto da male contagioso, si mescoli alla folla pur prevedendo che infetterà altre persone. Infatti la norma, che per ragioni logiche deve essere interpretata restrittivamente, non punisce chiunque cagioni un’epidemia ma chi la cagioni mediante la diffusione di germi patogeni di cui abbia il possesso, anche in “vivo” (animali da laboratorio), mentre deve escludersi che una persona affetta da malattia contagiosa abbia il possesso dei germi che l’affliggono” (Trib. Bolzano, 13/03/1979). Sebbene la suddetta pronuncia costituisca un precedente giurisprudenziale che potrebbe escludere la sussistenza del reato di epidemia, non è da escludere che, alla luce del periodo storico in cui viviamo e delle esigenti urgenze di contenimento particolarmente restrittive, i giudici possano applicare con severità il reato di epidemia a coloro che violano le disposizioni del Governo e vadano in giro a diffondere il virus alle persone.

Le ragioni che stanno alla base di previsioni sanzionatorie particolarmente afflittive in caso di violazione delle misure attualmente in essere, servono a ribadire l’importanza di rispettare le restrizioni adottate dal governo nazionale, poiché è in gioco la salute pubblica, soprattutto a tutela dei soggetti più deboli.

Articolo aggiornato al 14 Marzo 2020

Avv. Andrea Accardi

Avv. Fabio Montalto

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