È applicabile l’esimente di cui all’art. 384 c.p. al convivente more uxorio?

Poniamo il caso che Tizio aiuti il fratello, la moglie o un altro parente ad eludere le indagini per evitare che costoro vengano perseguiti penalmente per aver commesso un reato. In tali casi il giudice penale, valutate le circostanze del caso, potrà escludere la punibilità penale di Tizio per favoreggiamento ex art. 378 c.p., in quanto egli si era prodigato per evitare che il proprio prossimo congiunto, con la quale è legato da sentimento familiare o maritale, subisse il pregiudizio alla libertà ed all’onore connesso ad una sanzione penale. Per escluderne la punibilità si fa ricorso all’art. 384 c.p. il quale recita:

Nei casi previsti dagli articoli 361, 362, 363, 364, 365, 366, 369, 371-bis, 371-ter, 372, 373, 374 e 378, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore.                                                                                         Nei casi previsti dagli articoli 371-bis, 371-ter, 372 e 373, la punibilità è esclusa se il fatto è commesso da chi per legge non avrebbe dovuto essere richiesto di fornire informazioni ai fini delle indagini o assunto come testimonio, perito, consulente tecnico o interprete ovvero non avrebbe potuto essere obbligato a deporre o comunque a rispondere o avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal rendere informazioni, testimonianza, perizia, consulenza o interpretazione.

L’art. 384 c.p. è una causa di esclusione della punibilità penale che mira a tutelare non solo coloro che commettono un fatto illecito perché mossi dall’istinto di autoconservazione di salvare se stessi da un grave pregiudizio al proprio onore o alla propria libertà personale ma anche chi, mosso dal sentimento familiare, aiuta un prossimo congiunto a scampare alla giustizia per evitargli una sanzione penale. Si pensi alla madre del latitante che ospita il figlio fuggiasco per evitarne l’arresto o chi aiuta il coniuge o la persona unita civilmente ad eludere le indagini per garantirgli l’impunità; in questi casi il reato di favoreggiamento ex. art. 378 c.p.  e altre fattispecie simili non saranno applicabili a costoro.                                                                 In tale contesto giova però precisare che l’esimente di cui all’art. 384 c.p. non si applica in favore del parente che rende falsa testimonianza nel caso in cui sia stato avvertito dalle autorità inquirenti della facoltà di astenersi dal rendere dichiarazioni (Cass. Sez. Unite 29/11/2007, n. 7208).

Ciò premesso, ci si chiede se la causa di non punibilità penale dell’art. 384 c.p. sia applicabile anche in favore dei conviventi more uxorio.

 Facciamo l’esempio che Caia sia impegnata in una coppia di fatto e aiuti il proprio convivente o il fratello di quest’ultimo ad eludere le ricerche della polizia che li cerca per un reato da costoro commesso. La questione è piuttosto rilevante, atteso che i cambiamenti sociali degli ultimi decenni hanno visto la diffusione sempre più frequente delle c.d. famiglie di fatto, cioè rapporti di coppia non caratterizzati dal vincolo del matrimonio e pertanto è opportuno comprendere se nella categoria di “prossimo congiunto” a cui fa riferimento la norma sia annoverabile anche il convivente more uxorio.                                                                                         La figura della convivenza more uxorio, ossia quel rapporto sentimentale tra chi si relaziona in maniera simile alle coppie sposate, è stata trattata dalla Legge Cirinnà, la n. 76 del 20/05/2016, nella quale è definita quale il rapporto tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di  reciproca  assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”.                                                                                                     Tale genere di rapporto di coppia trova la sua tutela giuridica non nell’art. 29 Costituzione il quale fa riferimento al solo matrimonio, bensì nell’art. 2 Costituzione, il quale è posto a garanzia di qualunque formazione sociale di cui gli individui fanno parte e nella quale possono sviluppare la propria personalità e crescita personale.    Ciò premesso, nonostante le varie modifiche normative disposte a seguito della riforma introdotta dalla Legge Cirinnà, l’art. 307 del Codice Penale, il quale definisce i soggetti rientranti tra i prossimi congiunti di un reo, continua a non includere nella definizione il convivente, laddove invece è stata inserita anche la persona unita civilmente con una persona dello stesso sesso. Tale lacuna normativa non ci permette, allo stato attuale, di poter estendere letteralmente la portata esimente dell’art. 384 c.p. anche ai conviventi more uxorio; tuttavia, in tale contesto, la giurisprudenza si è mostrata particolarmente lungimirante e sensibile ai cambiamenti sociali che non possono e non devono essere ignorati dal diritto.                                                                       I giudici sono consapevoli che nella realtà odierna moltissime coppie optano per la formula della convivenza di fatto per il proprio stile di vita e pertanto in alcune sentenze si è generata una nuova giurisprudenza che, tramite un’interpretazione evolutiva ed estensiva dell’art. 384 c.p., ha ampliato la tutela di tale normativa anche alle coppie di fatto non sposate e non unite civilmente.                                                       Ed invero, nella pronuncia n. 11476 del 14/03/2019, la Cassazione penale ha osservato che in caso di commissione del reato di favoreggiamento ex art. 378 c.p., l’esimente di cui all’art. 384 c.p. si estende anche al convivente che ha aiutato il proprio compagno ad eludere le investigazioni, in quanto alla luce dei mutamenti sociali, tali soggetti rientrano nella figura di prossimi congiunti del reo.  Nella pronuncia, la Suprema Corte ha ripreso l’orientamento ormai diffuso secondo cui la convivenza more uxorio costituisce un rapporto entrato nell’uso e comunemente accettato e che sebbene essa non sia parificabile in toto ad un rapporto matrimoniale, tutelato dall’art. 29 Cost., la Costituzione non può giustificare una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti. Inoltre, dall’interpretazione del principio di eguaglianza, di cui all’art. 3 Cost., si rende necessario non porre in essere trattamenti di disparità tra gli individui che sono legati in rapporti di coniugio rispetto a coloro che vivono una relazione di sentimento e affetto che però non è formalizzato nel vincolo coniugale. In tale ottica, la Suprema Corte ha rafforzato il proprio orientamento riprendendo la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale accoglie una nozione sostanziale, onnicomprensiva di matrimonio senz’altro ricomprendente anche i rapporti di fatto, privi di formalizzazione legale, ai quali si ritiene che l’art. 8 CEDU assicuri una piena tutela.                                                   Nello stesso solco giurisprudenziale della Corte EDU si è posta la Cassazione penale nella sentenza n. 11476 del 19/09/2018, in cui si è statuito che la causa di non punibilità ex art. 384 c.p. è applicabile anche ai componenti di una famiglia di fatto e ai loro prossimi congiunti (ad esempio il fratello della propria convivente che ha commesso un reato), dovendosi reperire un’interpretazione in bonam partem che consenta la parificazione, sul piano penale, della convivenza more uxorio alla famiglia fondata sul matrimonio.                                                                                                             Allo stato attuale sussiste, dunque, un nuovo orientamento sempre più diffuso che estende l’applicabilità dell’art. 384 c.p. ai conviventi more uxorio di un reo grazie ad una lettura in chiave evolutiva della norma ed allo stesso tempo sussiste un ferreo orientamento che invece esclude l’estensione di applicabilità dell’art. 384 c.p. alle coppie di fatto in virtù di un’interpretazione letterale restrittiva della norma e del principio di tassatività della legge penale.                                                                                  Alla luce di tale contrasto giurisprudenziale, la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con Ordinanza del 19/12/2019 ha sottoposto alle Sezioni Unite il quesito se l’art. 384 c.p. sia applicabile ai conviventi more uxorio, al fine di risolvere tale contrasto.                                                                    Rimaniamo pertanto in attesa di aggiornamenti, consapevoli che i nuovi indirizzi giurisprudenziali sono favorevoli ad estendere l’esimente di cui all’art. 384 c.p. anche ai conviventi di fatto di coloro che hanno commesso un reato.

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