Rovina di edificio, una disamina degli aspetti civili e penali

Lo status di proprietari di un immobile comporta essere titolari non solo di privilegi quali quello di poterlo sfruttare come abitazione o concederlo in locazione ad altri, ma anche di obblighi di buona manutenzione al fine di evitare che il proprio bene possa recare danni a terzi soggetti. Il presente articolo offre una panoramica generale sulle varie conseguenze civili e penali che possono derivare dal crollo di elementi strutturali di un edificio o dell’intero immobile e su quali siano i casi in cui sia possibile esimersi dalle responsabilità correlate a tale evento.

 Ambito civile

Cominciamo con un esempio concreto: nelle ore serali, Tizio parcheggia il proprio veicolo lungo la strada pubblica al di sotto della palazzina di cui Caio è proprietario e la mattina seguente lo ritrova ricoperto e schiacciato da calcinacci e pezzi di intonaco, che cadendo hanno causato ingenti danni alla carrozzeria. Chi dovrà essere chiamato responsabile di tali danni e a che titolo?

Il caso appena descritto è annoverabile nell’ambito dei danni da “rovina di edificio” previsto all’art. 2053 del Codice Civile. Tale norma stabilisce che: “il proprietario di un edificio o di altra costruzione è responsabile dei danni cagionati dalla loro rovina, salvo che provi che questa non è dovuta a difetto di manutenzione o a vizio di costruzione”.  L’evento dannoso della suddetta fattispecie è detto extra-contrattuale o nascente da fatto illecito poiché un soggetto, come il nostro Tizio, ha subito un pregiudizio ingiusto al proprio veicolo a causa della caduta di parti di edificio di proprietà di Caio, il quale sarà chiamato a rispondere di questo evento antigiuridico, cioè contrario alle norme del nostro ordinamento giuridico, e dei danni scaturiti a titolo di responsabilità oggettiva.                                                                                           La locuzione responsabilità oggettiva, nell’ambito dei casi di rovina di edificio, significa semplicemente che il proprietario di una palazzina risponderà economicamente dell’evento dannoso a prescindere dal fatto che siano presenti dolo (intenzione) o colpa a lui ascrivibili per l’accaduto. Infatti, la responsabilità in esame sussiste per il solo fatto di essere proprietari di un edificio, per cui si è sempre tenuti a rispondere di qualunque danno che questo bene possa causare a terzi a prescindere dal fatto che all’esterno fossero visibili o meno segni di degrado come crepe nell’intonaco, sintomo di una certa superficialità nella manutenzione da parte del titolare. Dunque, anche se il prospetto dell’edificio si presentava in perfette condizioni prima del suo crollo, denotando una buona manutenzione e quindi l’assenza di colpa, in ogni caso il proprietario sarà tenuto a risarcire i danni causati.                                                             In tale tipo di responsabilità, dunque, il danneggiato deve solo provare la sussistenza di danni, come nel caso di specie, allegando al giudice le voci di spesa sostenute per riparare la macchina e dimostrare il nesso di causalità tra l’evento di caduta di parti dell’edificio ed il danno al veicolo attraverso testimoni, fotografie o consulenze tecniche;  trattandosi di responsabilità oggettiva, il danneggiato non dovrà neanche provare il dolo o la colpa del proprietario dell’immobile e quest’ultimo non potrà neppure esimersi da responsabilità, affermando che l’immobile era stato costruito male, perché in quanto proprietario ha il dovere di essere a conoscenza di qualunque difetto strutturale che possa cagionare danni a terzi soggetti.

Ma in cosa consiste il concetto di rovina di edificio?

Tendenzialmente in giurisprudenza si offre una nozione piuttosto ampia di rovina di edificio, proprio al fine di estendere la tutela a molteplici fattispecie, individuandola come qualsiasi tipo di disgregazione, anche limitata, degli elementi strutturali della costruzione, ovvero degli elementi accessori ad essa stabilmente fissati (Cass. civ. Sez. III, 29/03/2007, n. 7755; Cass. civ. Sez. III, 12/11/2009, n. 23939).                                      Dalla definizione sopra esposta si può evincere che costituisce rovina di edificio anche la semplice disgregazione di elementi accessori all’edificio quali la lastra di vetro di una finestra o le tubature idriche esterne, per non parlare di calcinacci e pezzi di intonaco che si distaccano dal prospetto o tegole che scivolano da un tetto (vedi Cass. civ. 12/11/2009, n. 23393; Cass. civ. 6/05/2008, n. 11053).

In che modo il proprietario potrà vedere esclusa la propria responsabilità per la rovina di edificio?

Abbiamo visto che esimersi dalla responsabilità oggettiva per la rovina di edificio è particolarmente arduo, perché se ne risponde per il semplice fatto di essere proprietari dell’immobile. Tuttavia la responsabilità può essere esclusa se il proprietario dimostri che i danni causati dalla rovina dell’edificio non siano riconducibili a vizi di costruzione o difetto di manutenzione, bensì ad un evento da solo totalmente idoneo a causare l’evento come il caso fortuito, il fatto del terzo o del danneggiato stesso. Per fare qualche esempio, pensiamo ad un terremoto o ad una violentissima tempesta o ad un uragano, eventi imprevedibili ed inevitabili idonei a cagionare la rovina di un edificio, spezzando il nesso di causalità che altrimenti legherebbe il danno allo status di proprietario. Pensiamo ancora alla condotta dello stesso danneggiato che magari parcheggia il veicolo sotto una palazzina ove si segnala il divieto di sosta per pericolo di crollo; in tal caso vi è un concorso di colpa da parte di quest’ultimo, il quale avrebbe dovuto prevedere i rischi di parcheggiare sotto un edificio pericolante. Si può anche fare l’esempio dello stesso danneggiato che si vada a schiantare contro il muro della palazzina, causando il distacco di pezzi di intonaco; in tale caso ovviamente costui non potrà avanzare alcuna pretesa, anzi al contrario dovrà rispondere per i danni causati al proprietario dell’immobile.  

I profili di responsabilità per la rovina di edificio nell’ambito delle locazioni.

Un discorso che merita di essere attenzionato, seppur brevemente, riguarda l’individuazione del soggetto responsabile nel caso in cui l’edificio da cui siano derivati dei danni a terzi per la sua rovina sia stato concesso in locazione. In tal caso sarà il proprietario o il conduttore a dover rispondere dei danni da rovina?                          Sebbene l’immobile locato sia sotto la disponibilità materiale del conduttore, il proprietario rimane sempre e comunque colui il quale ha la disponibilità giuridica dell’immobile ed in quanto tale, la norma di cui all’art. 2053 c.c. lo individua quale unico soggetto responsabile anche se non usi direttamente l’edificio.  Infatti, la giurisprudenza ha osservato che il proprietario è titolare della custodia delle strutture murarie e degli impianti facenti parte dell’immobile, su cui il conduttore non ha poteri di intervento, e pertanto è il proprietario il responsabile esclusivo dei danni arrecati ai terzi da dette strutture ed impianti (Cass. civ. Sez. III, 30/03/2001, n. 4737).  Tuttavia, il proprietario, dopo aver risarcito i terzi danneggiati per la rovina dell’edificio, potrà rivalersi nei confronti del suo conduttore chiedendo di essere rimborsato per gli esborsi solo nel caso in cui quest’ultimo abbia violato il proprio dovere di avvertire il proprietario sulla situazione di pericolo (Cass. civ., 29/05/1996, n. 4994).

Ambito penale

Nella sfera penale la rovina di un edificio può avere ripercussioni più o meno pesanti a seconda dell’entità dell’evento e dei pericoli da esso derivati; tale condizione ha rilevanza nella misura in cui bisogna stabilire se la fattispecie debba essere punita come delitto o mera contravvenzione.

Il delitto di “crollo di costruzioni”.

La prima ipotesi di reato che analizziamo attiene a quella prevista dall’art. 434 c.p., rubricata “Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi”, ove si stabilisce che:” chiunque, fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni. La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene”.                     Ci concentriamo sulla parte della norma che tratta il crollo di edificio, individuando la natura comune del delitto, in quanto punisce chiunque ponga in essere qualunque tipo di azione diretta a provocare il crollo totale o parziale di una costruzione, rischiando di mettere in pericolo l’incolumità pubblica.                                                                    Tale categoria di delitto si integra anche nel caso in cui effettivamente l’edificio non crolli, purché siano posti in essere tentativi idonei a cagionare danni ingenti all’immobile al punto tale da farlo collassare parzialmente o interamente.  La giurisprudenza ha osservato che per crollo di costruzione totale o parziale deve intendersi la rovina, lo sfasciamento, la caduta e ogni altra disgregazione delle strutture essenziali della costruzione tale che la forza di coesione tra i singoli elementi costitutivi venga superata e spinta dalla forza di gravità (Cass. pen. Sez. I, 26/04/1988, n. 17549). Ciò che però caratterizza la particolarità di tale reato è proprio la portata significativa e sufficientemente estesa di un crollo di proporzioni tali da mettere in pericolo l’incolumità di un numero indeterminato di persone, perché diversamente si potrebbe integrare la contravvenzione di cui all’art. 676 c.p. che tratteremo di seguito.

Le contravvenzioni di “rovina di edifici o di altre costruzioni” e di “omissione di lavori in edifici o costruzioni che minacciano rovina”.

Nell’ambito del diritto penale la rovina di un edificio può essere annoverabile anche come forma di contravvenzione agli artt. 676 e 677 c.p.                                                         L’art. 676 c.p. rubricato “Rovina di edifici o di altre costruzioni”, stabilisce che: “chiunque ha avuto parte nel progetto o nei lavori concernenti un edificio o un’altra costruzione, che poi, per sua colpa, rovini, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 154 a euro 929. Se dal fatto è derivato pericolo alle persone, la pena è dell’arresto fino a sei mesi ovvero dell’ammenda non inferiore a euro 309”. Quello appena descritto è un reato proprio, il che significa che a rispondere penalmente della rovina dell’edificio non sarà chiunque ma solamente i soggetti che abbiano avuto parte nella elaborazione del progetto di costruzione o nell’esecuzione dei lavori dell’edificio stesso. La giurisprudenza ha però escluso dai soggetti punibili coloro che si siano limitati ad effettuare i lavori dando seguito alle direttive impartite dal progettista e dal direttore dei lavori, facendo affidamento sulle competenze intellettuali di costoro. Dunque risponderanno della contravvenzione il progettista, il costruttore o direttore dei lavori, escludendo invece l’esecutore materiale a meno che non abbia operato di propria iniziativa e oltre le istruzioni ricevute (Cass. pen. Sez. I, 9/04/2014, n. 19928).                                                                                                     Le considerazioni su esposte implicano che il semplice proprietario dell’immobile non risponderà del reato in esame, a meno che non abbia assunto un ruolo attivo nella preparazione e direzione dei lavori di costruzione del suo edificio e ciò in virtù del principio generale secondo cui la responsabilità penale è personale, ossia un soggetto risponde penalmente solo dei fatti che ha contribuito a causare materialmente, secondo un nesso di causalità, e con consapevolezza.

Quando si integra la contravvenzione di cui all’art. 676 c.p. e non il più grave delitto di crollo di costruzioni di cui all’art. 434 c.p.

La contravvenzione appena esaminata, per cui è prevista una sanzione non particolarmente gravosa, differisce dal più grave reato di disastro colposo, in primo luogo perché di quest’ultimo reato può rispondere chiunque abbia in qualsiasi modo contribuito causalmente al crollo dell’edificio. Il maggior elemento distintivo tra i due reati però attiene alla portata particolarmente grave che può riguardare un episodio di crollo, infatti un soggetto risponderà per il delitto di cui all’art 434 c.p. nel caso in cui il crollo dell’edificio abbia assunto i connotati di un vero e proprio disastro da cui ne è derivato il pericolo per la vita e incolumità delle persone (Cass. pen. Sez. II, 10/01/1985, n. 301; Cass. pen. Sez. IV, 14/11/2017, n. 51734).                   Pertanto, non ogni mero distaccamento di parti di un edificio potrà assumere i connotati del disastro colposo di cui all’art. 434 c.p., bensì solo quegli eventi che assumono proporzioni talmente estese da suscitare un diffuso senso di commozione nella collettività a livello locale o nazionale a causa del pericolo che ne è derivato. Il pericolo per le persone invece non è uno degli elementi costitutivi della contravvenzione di cui all’art. 676 c.p. e laddove esso si verifichi, ciò sarà al massimo identificabile come un’aggravante idonea ad aumentare l’entità della sanzione.              Dunque, il mero crollo di pezzi di intonaco o di altre parti di un edificio che non abbiano assunto alcuna portata devastante e di pericolo per le persone, sarà identificabile come forma di contravvenzione ai sensi dell’art. 676 c.p.

L’art. 677 c.p. rubricato “omissione di lavori in edifici o costruzioni che minacciano rovina”, stabilisce che: “il proprietario di un edificio o di una costruzione che minacci rovina ovvero chi è per lui obbligato alla conservazione o alla vigilanza dell’edificio o della costruzione, il quale omette di provvedere ai lavori necessari per rimuovere il pericolo, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 154 a euro 929. La stessa sanzione si applica a chi, avendone l’obbligo, omette di rimuovere il pericolo cagionato dall’avvenuta rovina di un edificio o di una costruzione.  Se dai fatti preveduti dalle disposizioni precedenti deriva pericolo per le persone, la pena è dall’arresto fino a sei mesi o dell’ammenda non inferiore a euro 309”.       La contravvenzione in esame invece punisce i proprietari degli edifici e tutti coloro i quali abbiano obblighi di manutenzione per essi, nel caso in cui tali soggetti siano venuti meno al dovere di rimuovere il pericolo di crollo, le cui avvisaglie erano percepibili da segni esteriori quali crepe, muffa diffusa e infiltrazioni nelle murature e quant’altro. In buona sostanza, il reato ricorrerà nel caso in cui il proprietario dell’edificio o chi per lui obbligato alla conservazione dell’immobile, non abbia provveduto ai lavori necessari e indispensabili per rimuovere il pericolo attuale e concreto per la pubblica incolumità. Secondo la giurisprudenza, l’elemento soggettivo del reato attiene alla colpa del responsabile per non aver eliminato la situazione di pericolo legata allo stato di instabilità strutturale in cui versava l’edificio, pur essendo consapevole di tali rischi e non avendoli eliminati in tempo per negligenza, imprudenza o imperizia (Cass. pen. Sez. I, 20/02/2015, n. 7848).

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