Il reato di insider trading compiuto dal dirigente di una società di consulenza

Introduzione

Il reato di insider trading, anche denominato dal nostro legislatore come ”abuso di informazioni privilegiate”, è previsto dall’art. 184 TUF (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria).

La disposizione punisce con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro tre milioni chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate, in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio, compie una delle seguenti condotte:

   a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime;

   b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio o di un sondaggio di mercato effettuato ai sensi dell’articolo 11 del regolamento (UE) n. 596/2014;

   c) raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a).

Allo stesso modo viene punito chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate, per la preparazione o esecuzione di attività delittuose, compie taluna delle condotte sopradescritte.

L’elemento soggettivo del reato consiste nel dolo generico, ovvero nella conoscienza del carattere privilegiato dell’informazioni che utilizza l’agente per realizzare operazioni con l’intento speculativo.

Si tratta di condotte che vengono punite dal legislatore in quanto hanno una forte incidenza sull’integrità e sulla trasparenza del mercato finanziario, nonché sulla fiducia del pubblico negli strumenti finanziari.
Questa incidenza è dovuta al fatto che gli investitori si trovano in una evidente posizione di svantaggio rispetto all’insider, dovuta all’asimmetria informativa che si viene a creare.

La recente giurisprudenza

La Suprema Corte in una recentissima sentenza (Cass. n. 39999 del 2019)  ha confermato la condanna per insider trading di un dirigente e socio anziano di una società dedita ad attività di consulenza finanziaria.
Nel caso di specie il reo, in virtù dell’incarico di consulenza era entrato in possesso di informazioni riservate su diverse operazioni finanziarie di un gruppo societario, di cui si è avvalso per valutare la convenienza dell’acquisto di azioni di dette compagnie.
Si trattava di informazioni non ancora di dominio pubblico, relative a due OPA su importanti società, nonché inerenti all’acquisto del pacchetto di controllo su di un’altra compagnia, che hanno portato il dirigente della società di consulenza a realizzare l’investimento, integrando in tal modo la condotta illecita.
Alla luce delle suddette informazioni, infatti, era presumibile che la quotazione delle azioni comprate avrebbe ragionevolmente avuto degli incrementi, cosa che effettivamente è avvenuta, in quanto all’annuncio pubblico delle OPA il titolo ha subito un’impennata di valore.

La Cassazione ha avuto modo di precisare nella medesima pronuncia che il reato di cui all’art. 184 T.U.F. è di pericolo e di mera condotta, per cui per realizzarlo è sufficiente l’utilizzo dell’informazione privilegiata per compiere investimenti, sfruttando la conoscenza delle dinamiche finanziarie che stanno per coinvolgere la persona giuridica ed il suo patrimonio azionario, senza che siano necessari l’elisione del margine di rischio dell’investimento e la conseguente realizzazione di un vantaggio e causazione di corrispondente danno.

L’informazione privilegiata deve essere precisa, non pubblica ed avere ad oggetto direttamente o indirettamente, uno o più emittenti strumenti finanziari od uno o più strumenti finanziari. Inoltre, si definisce privilegiata solo nel caso in cui, qualora resa pubblica, potrebbe influire in modo sensibile sui prezzi di tali strumenti finanziari.
Nel concetto in esame rientrano anche le informazioni acquisite nelle tappe intermedie del processo che porta alla determinazione della circostanza o dell’evento futuro cui volge l’informazione stessa, tra cui rileva anche l’attività relativa ad un incarico di “due diligence” conferito ad una società di consulenza.

Nella pronuncia si evidenzia, infine, un parametro per distinguere l’insider primario, ovvero colui il quale è detentore dell’informazione privilegiata, dall’insider secondario, che invece è quel soggetto che ha ricevuto l’informazione dall’insider primario.

Tale distinzione ha un importante rilievo, posto che l’insider primario è soggetto a responsabilità penale, mentre l’insider secondario é soggetto a responsabilità amministrativa ex articolo 187 bis TUF.


Sul punto, la Suprema Corte ha affermato che la qualifica di insider primario può ravvisarsi anche nel fatto di rivestire, all’interno della società di consulenza che tratta l’incarico relativo all’ente, un ruolo di spicco, quale quello di “socio senior”, che permetta, per sua natura, di divenire recettore e collettore delle informazioni relative alle singole attività di consulenza, pur non partecipandovi direttamente.

Avv. Fabio Montalto

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